LICENZIAMENTI COSA CAMBIA

Nuove norme per i licenziamenti individuali ma anche per quelli collettivi. E’ questo il raggio di azione del Jobs Act, la riforma del lavoro del governo Renzi. Con i primi decreti attuativi della legge, oggi varati definitivamente dal consiglio dei ministri, l’esecutivo ha scelto di cambiare le regole che un azienda deve seguire quando lascia a casa più dipendenti contemporaneamente e non soltanto uno solo. Si tratta di una novità molto contestata dai sindacati, che accusano il governo di avere introdotto una totale deregulation dei rapporti di lavoro. Anche la sinistra del Pd aveva chiesto delle modifiche ma il governo ha risposto picche e riconfermato oggi il testo già presentato il 24 dicembre scorso.

Per capire le novità all’orizzonte, però, bisogna anzitutto fare alcune premesse. Per la legislazione italiana del lavoro, esistono sostanzialmente due tipologie di licenziamenti. La prima è rappresentata appunto dai licenziamenti individuali (o individuali plurimi) che riguardano da un minimo di 1 a un massimo 4 dipendenti contemporaneamente. La seconda è rappresentata invece dai licenziamenti collettivi che avvengono quando un’azienda lascia a casa almeno cinque lavoratori nell’arco di 120 giorni, all’interno della stessa provincia

Mentre i licenziamenti individuali sono regolati per lo più dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, per quelli collettivi esiste una legge ad hoc di 14 anni fa (la n. 223 del 23 luglio 1991), che prevede regole specifiche a cui le aziende devono attenersi (se hanno più di 15 addetti alle loro dipendenze). Innanzitutto, l’impresa deve prima avviare una consultazione con i sindacati, per concordare con loro le modalità con cui scegliere i lavoratori in esubero. Di solito, le parti sociali negoziano la fuoriuscita meno dolorosa possibile, dando la precedenza a chi è disposto a dimettersi volontariamente perché è vicino alla pensione. Nel caso in cui non venga raggiunta un’intesa con le organizzazioni dei lavoratori, la legge impone comunque all’azienda con più di 15 addetti di seguire determinati criteri per effettuare i licenziamenti, conservando il posto ai dipendenti che hanno un’età più avanzata (e quindi minori possibilità di trovare un nuovo posto) o maggiori carichi di famiglia, cioè moglie e figli da mantenere.

Come ultimo criterio per individuare i lavoratori da mandare via, la legge del 1991 consente però all’azienda di tenere conto anche delle proprie esigenze tecnico-produttive e organizzative. Se il licenziamento collettivo non segue tutte queste procedure, può essere dichiarato illegittimo dal giudice che, in base alla norma del 1991, può infliggere due sanzioni diverse: la liquidazione di un indennizzo in denaro al dipendente (se non sono state rispettate le regole di consultazione dei sindacati) oppure il reintegro del lavoratore stesso nell’organico (se invece sono stati usati dei criteri sbagliati nella scelta dei dipendenti da lasciare a casa.Fatte queste premesse, si arriva alle novità contenute nel Jobs Act. Con i decreti attuativi della riforma del lavoro, anche i licenziamenti collettivi diventano un po’ più facili. Se alcuni dipendenti mandati a casa faranno causa all’azienda e riusciranno a far dichiarare illegittimi dal giudice gli esuberi, non avranno più diritto a essere reintegrati nell’organico ma potranno ottenere soltanto un risarcimento in denaro, lo stesso previsto per i nuovi contratti a tutele crescenti nati con il Jobs Act: due mesi di stipendio per ogni anno di carriera, con un minimo di 4 e un massimo di 24 mensilità. Va ricordato, però, che queste nuove regole si applicano soltanto ai contratti di lavoro stipulati dal prossimo mese in poi e non a quelli attualmente già in essere. E così, nell’ambito di uno stesso licenziamento collettivo dichiarato illegittimo, potrebbe accadere che i lavoratori della stessa azienda vengano trattati dal giudice con due pesi e due misure: alcuni potrebbero avere diritto a essere reintegrati nel posto di lavoro e altri no.

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